Fatti del G8 di Genova.html

 
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« La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale. »
(attribuito ad Amnesty International[1])
Carica della polizia a Corso Torino, 20 luglio 2001

La locuzione fatti del G8 di Genova è comunemente utilizzata per riferirsi agli episodi di violenza che hanno avuto luogo a Genova da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, in concomitanza con la riunione del G8, e in particolare agli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti che contestavano il vertice. Gli avvenimenti di quei giorni costituiscono una delle pagine più dolorose della recente storia di Genova e, più in generale, italiana.

In occasione della riunione dei governanti dei maggiori paesi industrializzati, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso poi sfociate in gravi tumulti di piazza con scontri le cui proporzioni ed effetti non si erano mai verificate nei decenni precedenti in Italia, e che culminarono con l'omicidio di un manifestante, Carlo Giuliani, da parte di un carabiniere durante gli scontri in Piazza Alimonda.

Nei sei anni successivi ci sono state alcune condanne in sede civile nei confronti dello Stato Italiano per abusi e violenze commessi dalle forze dell'ordine. In sede penale sono stati aperti diversi procedimenti contro manifestanti e contro alcuni esponenti delle forze dell'ordine per abusi compiuti durante la manifestazione. Circa 250 di questi procedimenti (originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine per lesioni) sono stati archiviati per l'impossibilità di identificare gli agenti responsabili; in molti di questi casi, la magistratura ha però ritenuto effettivamente avvenuti i reati contestati.

Indice

modifica Preoccupazioni, polemiche e proteste prima del G8

La decisione di tenere a Genova una riunione del G8 aveva suscitato polemiche, proteste e preoccupazioni fin dai mesi precedenti. Nel corso delle ultime riunioni di organismi internazionali si erano verificate forti mobilitazioni di manifestanti contrari alle tendenze economiche neoliberiste, in alcuni casi sfociate in scontri.

Foto di gruppo del G8

Il movimento no-global aveva preso chiaramente forma a Seattle il 30 novembre 1999 alla Conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ed era cresciuto con gli anni: per questo veniva definito come Popolo di Seattle.[2] Nel 2001 manifestazioni e scontri si erano verificati a Davos in occasione del Forum Economico Mondiale[3] [4] (27 gennaio), a Goteborg, per il Summit europeo (15 giugno) e a Napoli [5] dal 15 al 17 marzo, dove la contestazione al Global Forum sfociò in violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine.

Le proteste erano finalizzate a contrastare il potere di un gruppo ristretto di capi di Stato e di governo che, forti della loro potenza economica, politica e militare, erano, a detta dei manifestanti, in grado di decidere le sorti di vaste porzioni dell'umanità. Inoltre si contestavano le politiche e le ideologie neoliberiste adottate dalle organizzazioni sovranazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario Internazionale.

Il governo italiano, insediato da poco, criticò il precedente governo per la scelta di Genova. La città era considerata inadatta a garantire una buona gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico.

I genovesi dal canto loro erano già da tempo preoccupati per i rischi connessi alla presenza in città di migliaia di persone e di capi di stato. Nelle occasioni sopra citate si erano registrati duri scontri e danni materiali da parte di gruppi di contestatori, i Black bloc. I genovesi furono invitati ad abbandonare la città mentre i mass media diedero notevole risalto alle misure di sicurezza attuate, come l'installazione delle grate di delimitazione della zona rossa o la chiusura dei tombini per timore di attentati dinamitardi.

Un fascicolo riservato di 36 pagine, intitolato "Informazioni sul fronte della protesta anti-G8", compilato dalla Questura di Genova ai primi del luglio 2001, riguardante possibili strategie dell'ala più problematica dei manifestanti, venne reso pubblico dal quotidiano genovese "Il Secolo XIX" alcuni giorni dopo il termine del G8. Il fascicolo comprendeva un'analisi dei vari gruppi che dovevano partecipare alle manifestazioni, tra questi venivano individuati come intenzionati a provocare incidenti e disordini, sia gruppi vicini alle diverse realtà dei centri sociali italiani (definiti Blocco Blu e Blocco Giallo, che potevano organizzare per esempio "episodi di generico vandalismo", "blocchi stradali e ferroviari" e attacchi mirati contro le Forze dell'ordine) e ai movimenti anarchici (definiti Blocco Nero, che potevano organizzare blocchi nelle strade cittadine e organizzare azioni con piccoli gruppi di "10 o 40 elementi ciascuno"), sia gruppi legati alle organizzazioni di destra, con "Forza Nuova, Fronte Nazionale e Comunità politica di avanguardia effettuerebbero a Genova una manifestazione antiglobalizzazione" (la cui presenza di esponenti era effettivamente stata segnalata alla Questura dal Genoa Social Forum il 18 luglio) e in specifico alcuni membri di Forza Nuova che "costituirebbero un nucleo di 25-30 militanti fidati, da infiltrare tra i gruppi delle tute bianche allo scopo di confondersi tra i manifestanti anti-G8. Tale gruppo in possesso di armi da taglio avrebbero avuto come obiettivo principale di colpire i rappresentanti delle forze dell'ordine, screditando contestualmente l'area antagonista di sinistra anti-G8".[6]

Su questi ultimi gruppi di destra il dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale dichiarerà, in risposta ad articoli apparsi sulla stampa, che durante il vertice le forze di polizia di Genova non avevano rilevato "la presenza di provocatori o estremisti di destra, né nel corso delle manifestazioni, né tra gli arrestati coinvolti nei disordini". Tuttavia non risulta individuato nessuno appartenente a questi gruppi, né di sinistra, né anarchici, né di destra.

Il fascicolo inoltre elencava alcune probabili azioni dei vari gruppi di manifestanti tra cui: lancio di "frutta con all'interno lamette di rasoio" o di "letame e pesce marcio" tramite catapulte, "blocchi stradali e ferroviari", lancio di "migliaia di "palloncini con sangue umano infetto" all'interno, uso di "fionde tipo "falcon" per lanciare a distanza biglie di vetro e bulloni allo scopo di perforare gli scudi di protezione e i parabrezza dei mezzi in uso alle forze dell'ordine limitandone la capacità di movimento", lancio di copertoni in fiamme, rapimento di esponenti delle forze dell'ordine e uso di auto con targhe dei Carabinieri falsificate per avere accesso ai varchi della zona rossa[6]. Dopo la pubblicazione del documento è stata evidenziata da più parti (soprattutto tra i gruppi di riferimento dei manifestanti) un'apparente anomalia: il dossier infatti, oltre alle possibili strategie violente elencate sopra, metteva in guardia le forze dell'ordine anche da una serie di iniziative non violente e del tutto legittime, come il "costituire gruppi con conoscenze giuridiche per affrontare tutte le problematiche relative ad eventuali problemi giudiziari e legali con le Forze dell'ordine", il "munirsi di computer portatili e radio ricetrasmittenti nonché di telecamere per trasmettere in tempo reale sul circuito Internet le immagini della protesta" o l'"affittare, anche per poche ore, un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale".

modifica La città blindata

Genova

Le misure di sicurezza prevedevano una zona gialla, ad accesso limitato, ed una zona rossa assolutamente riservata, definita da qualcuno Fortezza Genova,[7] accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade ed autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l'aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti del rischio di attentati per via aerea.

Furono anche adottate apparecchiature capaci di disabilitare temporaneamente i telefoni cellulari e vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della "zona rossa" ed installate della inferriate per separare le zone "rossa" e "gialla".

Nel clima teso della vigilia, molti genovesi decisero di abbandonare la città e di chiudere i negozi anche nelle zone della città lontane dai luoghi interessati.

Furono molti gli allarme-bomba, il più delle volte immotivati.[8] Un pacco-bomba ferì un carabiniere [9] e un altro, a Cologno Monzese, la segretaria del giornalista Emilio Fede. [10]

modifica Il Genoa Social Forum e la zona rossa

No global a raduno allo stadio Carlini

Alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, afferenti al Genoa Social Forum, organizzatore e coordinatore delle manifestazioni. Il GSF chiese tramite i portavoce Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, l'annullamento del G8. Secondo il GSF infatti la riunione dei capi di Stato e di governo era da considerarsi illegittima perché pochi uomini potenti avrebbero preso decisioni destinate a condizionare popoli non rappresentati dal G8 e perché il divieto di entrare liberamente nella zona rossa era considerato limitativo delle libertà costituzionali. Il governo rifiutò la richiesta, adducendo a motivo gli impegni internazionali presi dall'Italia, ancorché presi dal precedente governo, che in ogni caso prescindono dal governo pro-tempore in carica.

modifica Cronaca dei giorni del G8

I fatti del G8 si svolsero nell'arco di quattro giorni: da giovedì 19 a domenica 22 luglio.

modifica Giovedì 19 luglio

La questura presidiata da ingenti forze di polizia

Il 19 luglio si svolse una pacifica manifestazione di rivendicazione dei diritti degli extracomunitari e degli immigrati a cui parteciparono moltissimi gruppi stranieri, cittadini genovesi, rappresentanti della Rete Lilliput ed anche - in coda al corteo - un piccolo gruppo di anarchici. Fu stimata la presenza di circa 50.000 persone.

Nel frattempo, in vista soprattutto di due grandi cortei organizzati per venerdì e sabato, continuarono ad affluire gruppi organizzati e singole persone, alloggiati in aree predisposte in varie zone di Genova.

modifica Venerdì 20 luglio

La giornata di venerdì 20 luglio fu la più drammatica e si concluse con la morte di Carlo Giuliani e con gravi danni alla città.

Corteo disobbedienti in Corso Europa (pressi sede RAI)
Corteo della disobbedienza civile con scudi di plastica in Corso Europa

Erano previste diverse manifestazioni in varie zone della città, tra cui:

Venerdì, prima dell'inizio delle manifestazioni, in alcune zone del centro vennero ripresi gruppi di manifestanti (gruppi anarchici ed esponenti di estrema sinistra ed estrema destra) intenti a procurarsi pietre e benzina (danneggiando alcuni distributori), per fabbricare bombe molotov, si mossero quasi sempre indisturbati per tutta la durata del G8: i rari interventi delle forze dell'ordine furono in genere tardivi e inefficaci, cosicché i potenziali autori di azioni violente riuscirono spesso a disperdersi e a confondersi tra i manifestanti.senza fonte Secondo la relazione dell'accusa un gruppo di manifestanti si procurò, a spese di un distributore Q8 situato in via Tolemaide 13 gestito da Ernesta Neri, i mezzi per attuare un attacco tipo "Black Bloc". L'allora presidente della Provincia di Genova, Marta Vincenzi, segnalò, sia tramite i canali ufficiali sia nelle interviste nelle dirette televisive, la presenza di uno di questi gruppi sospetti (stimato in circa 300 persone) in un edificio scolastico di proprietà della Provincia nella zona di Quarto Inizialmente l'edificio era stato assegnato al Genoa Social Forum e ai Cobas per ospitare i manifestanti venuti da fuori città, ma i pochi che erano già entrati erano stati scacciati all'arrivo dei primi "Black Bloc". Le stesse segnalazioni provenirono, come si scoprì durante i processi, anche da molti dei cittadini residenti in zona e da diversi manifestanti. Le segnalazioni non portarono a nulla: dopo un primo controllo da parte della Polizia tra giovedì e venerdì, che avrebbe appurato la presenza di un numeroso gruppo di persone all'interno dell'edificio, non seguirà nessuna azione e i successivi controlli verranno effettuti a G8 ormai concluso e si limiteranno a constatare i danni (stimati dalla provincia in ottocento milioni di lire). Il capo gabinetto della questura di Genova si giustificherà sostenendo che il venerdì gli agenti presenti erano impegnati negli scontri, per cui non si sarebbe avuto un organico sufficiente per intervenire, mentre il sabato la vicinanza dell'edificio al corteo avrebbe garantito al protezione della folla in caso di intervento.[15] [16]

È da notare che il termine Black Bloc originariamente non definisce i partecipanti alle manifestazioni o agli scontri, ma un determinato tipo di manifestazione e di scontri che prevede delle azioni tipiche (marciare in blocco, vestiti di nero, allo scopo di creare un forte effetto visivo, uso sistematico del vandalismo, deviare dai percorsi imposti dalle autorità ai cortei autorizzati, costruire barricate, o anche sit-in pacifici di protesta, e così via), ma molti giornali usano impropriamente questo termine per indicare i manifestanti violenti.senza fonte

Il termine fu usato dai "media" per il suo valore emotivo e sensazionalistico. In realtà tra le centinaia di fermati ed arrestati durante i giorni del vertice, nessuno risulterà aver a che fare con il sistema dei Black Bloc. Il sistema in quanto tale smentì la sua partecipazione ai fatti del G8 di Genova e, per smarcarsi dalla cattiva fama fattagli dai giornalisti, cambiò il suo nome da "Black Bloc" ("Blocco nero"), a "Antrax Bloc" ("Blocco antracite").

modifica Gli scontri

Già dal primo pomeriggio alcuni Black Bloc, incominciarono ad inserirsi nei cortei causando lunghi e violenti scontri (con l'uso di bastoni, lanci di Molotov e sassi) nei pressi della stazione Brignole. Per sfuggire alle cariche delle forze dell'ordine i manifestanti violenti si disperdevano tra la folla dei manifestanti pacifici. Negli scontri si impiegarono lacrimogeni e furono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco in aria (le relazioni di servizio dei Carabinieri riferiranno di diciotto colpi sparati nella giornata, azione in almeno un caso immortalata dai fotografi[17]). Alcuni filmati amatoriali e televisivi mostrarono gli scontri tra manifestanti violenti e altri manifestanti che, intenzionati a preservare lo svolgimento pacifico della manifestazione, cercavano di dissuaderli dallo scontrarsi con la polizia o dal compiere atti di vandalismo come distruggere ed incendiare automobili.


Esistono anche testimonianze, riprese e immagini fotografiche di individui su scooter nell'atto di spararesenza fonte.In alcune occasioni sono stati segnalati individui con il viso coperto e con abbigliamento scuro, simile a quello usato dai gruppi violenti, discorrere tranquillamente con poliziotti, carabinieri ed agenti dei servizi di sicurezza, anche all'interno del perimetro delle caserme [18] [19].

Defilatosi dalla zona degli scontri, un gruppo di manifestanti si allontana dalla zona rossa verso il carcere di Marassi 44°25′2.80″N 8°57′2.12″E / 44.417444, 8.9505889. Verso le 14:30 una parte di questi si separa dal gruppo e punta verso l'ingresso del carcere, dove, adottando la tecnica del black bloc, ne danneggia le telecamere di sorveglianza esterne ed il portone. Le forze dell'ordine abbandonarono il presidio della piazza (dai filmati e dalle testimonianze al momento dell'arrivo dei manifestanti erano presenti 4 blindati e 2 defender dei carabinieri, una volante della polizia e due auto della polizia municipale) davanti al carcere subito dopo l'arrivo del gruppo. Questi forniranno una ricostruzione dei fatti diversa (circa 100 manifestanti staccati dal gruppo principale di circa 1000 persone avrebbero attaccato le forze dell'ordine armati di spranghe e lanciando diverse molotov, sassi e bottiglie di vetro, a questi se ne sarebbero aggiunti in seguito altri 200, che avrebbero tentato di accerchiare i mezzi nonostante il lancio di lacrimogeni, costringendoli alla fuga) da quanto dichiarato dal personale del carcere e da quanto mostrato da alcune riprese amatoriali (acquisite dalla magistratura), incluse quelle raccolte dal regista Davide Ferrario nel suo documentario Le strade di Genova (in questi si vede un gruppo di alcune decine di manifestanti violenti che si avvicina al piazzale antistante il carcere lanciando alcuni oggetti, e i mezzi dei carabinieri che con il gruppo ancora a distanza, ripiegano dopo aver lanciato solo due lacrimogeni, uno dei quali finito lontano dai manifestanti)[20][21].

modifica Gli scontri s'inaspriscono

Incidenti a Corso Torino (pressi di Brignole)

Nel primo pomeriggio avanzano circa 300 carabinieri a piedi, blindati e camionette che, a causa degli attacchi, trovano grosse difficoltà a muoversi nelle strette vie genovesi. Erano diretti verso piazza Giusti 44°24′26.20″N 8°57′11.35″E / 44.407278, 8.9531528, dove un gruppo di manifestanti violenti stava da alcune ore compiendo vandalismi contro un distributore posto tra corso Sardegna e via Archimede, un supermercato, una banca e gli arredi urbani. Secondo le testimonianze dei residenti, la polizia, benché sollecitata, non intervenne perché l'ordine era di limitarsi a passare le segnalazioni alla centrale. Inoltre alcuni manifestanti pacifici si sarebbero uniti ai manifestanti violenti nel saccheggio di un supermercato, mentre i possibili autori di azioni tipo black bloc (una quindicina) si toglievano i vestiti scuri per essere più difficilmente individuabili[22].

I carabinieri che stavano sopraggiungendo sarebbero dovuti giungere da via Tolemaide 44°24′20.00″N 8°57′56.39″E / 44.40556, 8.9656639 per poi passare per il sottopasso ferroviario di via Archimede, senza venire quindi in contatto con il corteo pacifico, proveniente da corso Aldo Gastaldi 44°24′16.80″N 8°57′49.82″E / 44.404667, 8.9638389 e diretto in via Tolemaide, e avrebbero quindi dovuto bloccare i gruppi estremisti che da piazza Giusti stavano intanto avanzando verso il quartiere di Marassi. Ma, non conoscendo la città e avendo sbagliato strada, arrivarono invece dalla parallela via Giovanni Tomaso Invrea, per poi posizionarsi davanti al sottopasso ferroviario che divide corso Torino da corso Sardegna 44°24′16.99″N 8°57′7.32″E / 44.4047194, 8.9520333. Qui, dopo alcuni attimi di sosta, ufficialmente per liberare la strada e per contrastare il fitto lancio di oggetti di cui erano bersaglio, caricarono per alcune centinaia di metri (fino all'incrocio con via Caffa) la testa del corteo autorizzato (tra i primi il gruppo delle "Tute Bianche") che stava sopraggiungendo.

Descrivendo questo cambio di obiettivo, diversi giornalisti presenti riferirono durante il processo di "un lancio simbolico con non più di due o tre sassi" contro le forze dell'ordine da parte di alcuni manifestanti molto giovani, esterni al corteo (secondo le testimonianze provenienti non da quest'ultimo, ma da un gruppo di manifestanti violenti): la versione fornita dalle forze dell'ordine indica un "fitto" lancio di sassi[23] [24]. Gli stessi giornalisti ed altri testimoni riferiranno al processo del comportamento incomprensibile da parte delle forze dell'ordine, che avrebbero tollerato per alcune ore gli atti vandalici dei manifestanti violenti, mentre il corteo autorizzato veniva fatto bersaglio di numerosi lanci di lacrimogeni e successivamente caricato, dopo solo poche decine di secondi di contatto visivo.

Auto incendiata in Via Montevideo

La stranezza del comportamento delle forze dell'ordine emerse anche durante il processo, in cui furono ascoltate delle registrazioni provenienti dalla Questura. In una di queste registrazioni si sentono sia un operatore urlare: "Nooo!... Hanno caricato le tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide... Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi"[25] sia le ripetute richieste del dirigente del Commissariato di Genova, responsabile della sicurezza del corteo, relative al far ritirare il gruppo dei Carabinieri dalla zona per evitare di fare da "tappo" e bloccare il corteo in arrivo.

Molti manifestanti ed alcuni giornalisti si allontanarono, dopo i primi lanci di lacrimogeni, per cercare riparo nelle strade laterali, ma nonostante ciò alcuni di essi non riuscirono ad evitare di essere coinvolti negli scontri e di subire il pestaggio da parte delle forze dell'ordine. Il capitano dei Carabinieri che aveva ordinato le cariche sostenne al processo che si trattava di cariche "di alleggerimento", ammettendo però di non conoscere la topografia della zona e di non essersi reso conto che così facendo aveva chiuso le vie di fuga.

Auto incendiata alla confluenza fra le vie Montevideo e Tolemaide

Dopo questa prima carica i carabinieri iniziarono a ripiegare, per permettere il passaggio del corteo, ma nel frattempo alcuni manifestanti appartenenti al corteo, a cui si erano aggiunti altri individui provenienti dal gruppo che occupava il sottopasso di corso Sardegna, avevano assaltato e poi dato fuoco ad un mezzo blindato in panne (dalle analisi del materiale fotografico e delle riprese, effettuate nei vari processi, si scoprì che dal blindato, dopo l'uscita del personale e prima che venisse dato alle fiamme, fu sottratta una mitraglietta, che si vede in alcune foto successive semidistrutta su un marciapiede vicino). A questo punto la centrale operativa perse i contatti radio con gli uomini presenti che, avendo già impiegato tutti i lacrimogeni a disposizione (diversi agenti, seppur protetti dalle maschere, e molti manifestanti accusarono negli anni successivi sia problemi respiratori cronici, sia dermatologici, a causa dell'enorme quantità e il tipo di lacrimogeni impiegata[26]), ripresero le cariche.

Durante i violentissimi scontri i manifestanti reagirono alle cariche ed ai lanci di lacrimogeni incendiando i cassonetti dell'immondizia e le automobili, utilizzandoli come barricata, e compiendo altri atti vandalici.

modifica Lo scontro di Piazza Alimonda

Per approfondire, vedi la voce Carlo Giuliani.

Piazza Alimonda 44°24′13.86″N 8°57′15.40″E / 44.40385, 8.954278 è una piccola piazza del quartiere Foce che divide in due via Caffa nel suo percorso da via Tolemaide a piazza Niccolò Tommaseo 44°24′8.01″N 8°57′14.52″E / 44.402225, 8.9540333. Via Caffa è lunga in tutto circa 250 metri: 90 da via Tolemaide a piazza Alimonda, circa 60 sulla piazza (della quale costituisce il lato più esteso) e poco più di 100 da piazza Alimonda (angolo via Ilice) a piazza Tommaseo. Perpendicolare a via Caffa è via Giovanni Tomaso Invrea, che collega la parte alta di via Giuseppe Casaregis, parallela a via Caffa, con Piazza Alimonda. Dalla parte opposta, dietro la chiesa che si affaccia sulla piazza, collegata da via Ilice e via Odessa, corre via Crimea.

Come testimoniato da alcune fotografie scattate verso le 15:00 del 20 luglio da un balcone su via Caffa, verso via Tolemaide, nella piazza, affollata da numerosi passanti e manifestanti di passaggio, la situazione era tutto sommato tranquilla. Ma, poco dopo le 15.00, iniziò il lancio di lacrimogeni da parte dei carabinieri, da via Invrea, verso i manifestanti in piazza. In diversi punti furono posti cassonetti dei rifiuti al centro della strada per rendere difficoltoso il movimento dei mezzi; di fronte ad uno di questi cassonetti si fermò l'auto dei carabinieri da cui fu successivamente sparato il colpo di pistola contro Giuliani.

Attorno alle 16:00 carabinieri e polizia iniziarono le cariche ed i pestaggi nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe e, grazie anche all'aiuto di numerosi mezzi, riuscirono a prendere il controllo dell'area. Un filmato ripreso dalla telecamera posta nel casco di un carabiniere, e presentato agli atti nel procedimento aperto dalla magistratura genovese in relazione alla morte di Giuliani, mostra un gruppo di carabinieri picchiare un manifestante rimasto isolato e poi trascinarlo a terra come un sacco insanguinato da via Crimea a via Ilice e per circa ottanta metri sino in piazza Alimonda. In quei frangenti giungeva in piazza, da via Invrea, il Defender con a bordo l'allora tenente-colonnello dei carabinieri Giovanni Truglio, comandante dello stesso reparto cui apparteneva Placanica. Il manifestante ferito fu prelevato da un'ambulanza verso le 17:00.

Poco dopo le 17, la compagnia del CCIR Echo dei Carabinieri, sotto il comando del capitano Claudio Cappello[27] e con la direzione del vicequestore aggiunto Adriano Lauro, seguita da due Land Rover Defender, ferma insieme ad altre forze di polizia tra via Caffa e Piazza Tommaseo, attraversò i 200 metri di via Caffa e caricò parte dei manifestanti che erano nell'incrocio con via Tolemaide (dove stavano avvenendo gli scontri) protetti da barricate improvvisate.

Secondo la versione ufficiale la carica era stata effettuata per timore che i manifestanti, che avrebbero iniziato ad avanzare facendosi scudo con alcuni cassonetti rovesciati, attaccassero il gruppo delle forze dell'ordine. In alcune foto relative alla costruzione di questa barricata compare Carlo Giuliani. Secondo le ricostruzioni basate su numerose fotografie della piazza e testimonianze, effettuate da comitati e associazioni vicine ai manifestanti, i carabinieri si sarebbero preparati a caricare senza che ci fosse stato alcun segno di ostilità da parte dei manifestanti. [28]

Durante le inchieste su quei giorni si è fatto notare che questa carica precludeva ogni possibile via di fuga ai manifestanti (a parte l'impossibile manovra di tornare indietro lungo via Tolemaide verso le cariche delle altre forze dell'ordine). Infatti alcuni manifestanti, vistasi preclusa ogni via di fuga, avevano cercato di contrattaccare le cariche della polizia per farsi strada nella direzione opposta.

modifica Fasi preliminari alla morte di Carlo Giuliani

Arrivati allo scontro, le decine di carabinieri impiegati (dalle foto e dalle testimonianze circa 70) non furono però in grado di disperdere i manifestanti e, alla reazione di questi, indietreggiarono precipitosamente inseguiti dai manifestanti, verso l'inizio di via Caffa, dove era schierato un intero reparto della Polizia di Stato dotato di molti mezzi.

Durante i processi, sulla presenza dei due Defender, Cappello affermò che "vi fu un arretramento disordinato. Io non mi sono reso conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non c'era alcun motivo operativo".[29]

modifica L'assalto al Defender

In questa ritirata una Land Rover Defender dei Carabinieri, con tre giovani militari a bordo (l'autista Filippo Cavataio di 23 anni, Mario Placanica carabiniere ausiliario - di leva - di 20 anni e il coetaneo e collega Dario Raffone), restò temporaneamente bloccata di fronte ad un bidone dei rifiuti mentre stava attraversando Piazza Alimonda (secondo la testimonianza dell'autista a causa di una manovra errata dell'altro mezzo e, sempre a suo dire, per l'asserito spegnimento del motore).

Una quindicina di persone, appartenenti al gruppo che dopo la carica fallita stava inseguendo i carabinieri in ritirata fin nella piazza, attaccarono il mezzo che fu danneggiato a tergo e dal lato destro, con pietre, bastoni, una palanchina di legno e un estintore. Alcuni media mainstream in un primo tempo parlarono di centinaia di persone intorno al mezzo, stima che tuttavia era superiore alla consistenza stessa del gruppo di manifestanti caricato in via Caffa.

I carabinieri Placanica e Raffone furono feriti dagli assalitori. Placanica al viso da pietre.

L'aggressore con la palanca, M.M. dichiarerà al magistrato: "il rumore era assordante ed io trovata a terra una trave, cominciai a colpire il tetto del mezzo; l’ultimo colpo lo diressi all’interno del mezzo il cui finestrino posteriore destro era già frantumato. Vidi per un attimo il volto del carabiniere che era posizionato nella mia direzione ne colpii la sagoma, poi lo vidi accucciarsi. Mentre avveniva tutto ciò la gente intorno urlava frasi di disprezzo e minaccia nei confronti dei CC quali: "bastardi, vi ammazziamo""

L'assalto al mezzo fu documentato da diversi filmati e numerose foto (il tutto successivamente acquisito dalla magistratura).

modifica La morte di Carlo Giuliani

Uno degli aggressori raccoglie un estintore e lo scaglia contro il mezzo. L'estintore colpisce l'intelaiatura del finestrino della porta posteriore del mezzo e rimane appoggiato tra la carrozzeria e la ruota di scorta: dall'interno uno degli occupanti lo colpisce con un calcio, facendolo rotolare a terra, in direzione di un manifestante con il volto coperto da un passamontagna, più tardi identificato nella persona di Carlo Giuliani, che in quel momento si trova a diversi metri dal Defender, in direzione di via Tolemaide.

Questi solleva da terra l'estintore e fa per dirigersi, con l'estintore sollevato, verso la parte posteriore del Defender ma viene immediatamente colpito da un colpo d'arma da fuoco.

Il carabiniere Mario Placanica si dichiarerà in seguito responsabile dello sparo. Placanica ha dichiarato di aver sparato due colpi in aria, uno dei quali ha colpito Giuliani. L'altro proiettile colpì il muro a destra della chiesa in piazza Alimonda, lasciandovi un segno individuato solo dopo alcuni mesi.

Giuliani cadde a terra in fin di vita (secondo l'autopsia ed in base ai filmati che ne mostrano il sangue zampillante morirà diversi minuti dopo) e venne investito due volte dal mezzo che era riuscito a ripartire e si allontanava dalla piazza mettendo in salvo i carabinieri: la prima volta in retromarcia, la seconda a marcia avanti. Quando, dopo circa mezz'ora, il personale medico di un'ambulanza arrivò in soccorso, Giuliani era già morto, senza aver ricevuto alcun soccorso dalle Forze dell'Ordine che immediatamente dopo la sua caduta a terra rioccuparono la piazza e lo circondarono. L'evento, documentato da diversi filmati e da numerose fotografie, venne trasmesso da molte stazioni televisive in tutto il mondo, rendendo evidente il drammatico livello di violenza raggiunto dagli scontri di Genova.

Un reporter di Repubblica e un medico giunti sul posto subito dopo il fatto notano il bossolo di un proiettile vicino al corpo, ma quando lo mostrano ai carabinieri presenti la morte di Giuliani è ancora ritenuta dovuta al colpo con un sasso e, stando a quanto riportato dalla testimonianza del cronista, questi sembrano identificare il bossolo come uno di quelli risultanti dal lancio dei gas lacrimogeni. Il cronista raccoglierà il bossolo e lo consegnerà pochi minuti dopo ad un ispettore di polizia sopraggiunto ed avvertito del ritrovamento.[30] Il bossolo verrà identificato poche ore dopo come proveniente dal tipo di pistola in dotazione a Mario Placanica.[31]

Secondo il consulente tecnico del P.M., la distanza tra il Giuliani e l'arma da fuoco veniva valutata a m. 1,75 circa, e Giuliani "viene colpito nel mentre ha sollevato l'estintore sopra la testa ed è nell'atto di lanciarlo (più precisamente nel momento in cui lo lancia)"; secondo lo stesso C.T. le macchie rosse che appaiono in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine sono da attribuirsi ad effetti cromatici. (dall'Ordinanza del P.M.).

Secondo i consulenti tecnici della persona offesa, Carlo Giuliani fu colpito mentre si trovava a 337 centimetri dalla bocca dell'arma da fuoco e teneva l'estintore dietro la nuca: ciò sarebbe dimostrato da un fiotto di sangue, visibile mentre egli è in tale posizione, mostrato in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine[32].

Tali conclusioni, in contrasto con quelle cui erano giunti i consulenti del P.M., non furono accolte dal G.I.P. che archiviò il procedimento (v. la sezione relativa ai procedimenti). Ciò ha precluso la possibilità di eseguire una perizia in sede dibattimentale da parte di periti nominati dal giudice.

Diversi mesi prima di ricevere l'incarico di consulente del P.M. Silvio Franz (febbraio 2002), uno dei consulenti nominati del P.M., il Prof. Paolo Romanini, esperto balistico di chiara fama, aveva pubblicato nel numero di settembre 2001 della rivista specialistica che dirigeva, Tacarmi, un editoriale nel quale prendeva decisamente partito a favore della tesi della legittima difesa quale causa di non punibilità per Placanica[33].

Una foto scattata da Dylan Martinez, dell'agenzia Reuters, con una prospettiva molto schiacciata causata dall'impiego di un teleobiettivo, fa apparire Giuliani immediatamente di fronte al finestrino posteriore sfondato, nel quale si intravede una mano che regge la pistola[34]. La stessa fotografia mostra altri particolari: l'aggressione dal lato destro e posteriore, le dimensioni e la morfologia reali della palanchina in legno utilizzata contro il defender, e la pistola impugnata all'interno del mezzo dei Carabinieri, puntata tenendo il calcio in orizzontale e ad altezza d'uomo[35].

Altre foto e riprese laterali, tra le quali quelle trasmesse da Rai News 24[36], mostrano Giuliani a diversi metri[37] dal mezzo nel momento in cui fu colpito [38] [39].

modifica Altre ipotesi su chi abbia sparato

Nonostante l'esito delle indagini della magistratura, che hanno visto in Mario Placanica il responsabile dei due colpi sparati, ritenendo però la sua azione compatibile con l'uso legittimo delle armi e la legittima difesa, rimangono tuttavia incongruenze sulla confessione del carabiniere Dario Raffone che era anche nei sedili posteriori del Defender, oltre al fatto che lo stesso Placanica ha nel tempo negato di aver sparato in direzione di Giuliani.

Nell'udienza del 3 maggio 2005, alla domanda dell'avvocato Pagani, Raffone ammette che era sdraiato per terra: lui sotto e Placanica sopra, al momento degli spari.[40]

Lo stesso Placanica in un interrogatorio ammette: "Mi sono messo a gridare, dicendo all'autista di scappare ed urlandogli che ci stavano ammazzando. Eravamo infatti circondati e io ho inteso che ce ne fossero centinaia(...). Ho visto in difficoltà il mio collega e ho pensato che dovevo difenderlo. L'ho abbracciato per le spalle e ho cercato di farlo accucciare sul fondo della jeep." [41]

Tutto questo ovviamente va in contrasto con alcune foto nella quale è chiaramente visibile un carabiniere che si alza mentre un altro tiene ancora in mano la pistola. [42]. Stando alle confessioni, Placanica non sarebbe certo colui che spara. Questo, secondo alcune ricostruzioni, fa pensare che ci fossero quattro carabinieri nel mezzo, come hanno dichiarato alcuni testimoni.[43] A conferma di questa tesi Valerio Cantarella, perito d'ufficio del dottor Franz (che ordinò la prima perizia balistica), ipotizzò che a sparare furono due pistole. [44]

Nell'agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l'omicidio di Carlo Giuliani. Secondo la tesi le perizie di parte effettuate su resti di Giuliani dimostrerebbero l'assenza di residui dovuti alla camiciatura del proiettile: essendo i proiettili usati da Placanica, come quelli in dotazione degli altri sottoufficiali, camiciati, questo fatto escluderebbe che i colpi mortali siano partiti dalla sua pistola. Taormina ha aggiunto che i colpi potrebbero essere partiti dall'arma di un ufficiale o da quella di un civile.[45]

E' da notare che un'ipotesi relativa al fatto che il colpo che ha ucciso Giuliani potesse essere partito dal di fuori della jeep era già stata formulata nei mesi immediatamente successivi agli eventi, ma poi era stata scartata da tutte le ricostruzioni, sia della magistratura, che di parte. Uno dei reporter presenti, Bruno Abile, un fotografo freelance francese, aveva affermato di aver visto un carabinere senza scudo, presente nella piazza, forse un ufficiale, con una pistola in mano poco prima che Giuliani cadesse a terra.[46][47]. Aveva anche fatto discutere il ritrovamento del segno lasciato da uno dei due colpi sulla facciata della chiesa di Nostra Signora del Rimedio in piazza Alimonda solo dopo mesi dal fatto e gruppi vicini al movimento No Global avevano ipotizzato che questa "prova" fosse un falso, realizzato a posteriori, per dimostrare che i colpi erano stati indirizzati in aria.

modifica La ripartenza del Defender

Gli spari, uditi da numerosi testimoni (inclusi fotoreporter e giornalisti) e registrati da una telecamera posta in via Ilice, spinsero gli aggressori ad allontanarsi [48]

Subito dopo il Defender ripartì, passando due volte sul corpo di Carlo Giuliani. Interrogato dal magistrato, l'autista Cavataio dichiarò di non aver udito alcun colpo d'arma da fuoco e di non essersi accorto di essere passato sul corpo di Giuliani (credendo che i sobbalzi del mezzo fossero dovuti ad un "sacchetto delle immondizie"). I consulenti tecnici incaricati dal PM Silvio Franz affermarono che il Defender non avrebbe arrecato a Giuliani lesioni apprezzabili: conclusione contestata dalla persona offesa, secondo la quale il doppio arrotamento subito dal corpo da parte di un mezzo del peso a vuoto di circa 18 quintali e con almeno tre persone a bordo non avrebbe potuto non provocare lesioni rilevanti. L'archiviazione del procedimento precluse il confronto dibattimentale tra le diverse consulenze tecniche e l'ulteriore approfondimento da parte di periti nominati dal giudice.

Solamente quattro degli aggressori furono identificati: Carlo Giuliani perché cadde nell'assalto, M.M. e E.P., genovesi, facilmente riconosciuti dalle numerose foto si consegneranno spontaneamente, un altro, L.F., di Pavia, estraneo al gruppo dei genovesi, verrà identificato durante le indagini dalla Digos di Pavia. Nel Corriere Mercantile del 6 settembre M.M. farà un appello a farsi avanti e a testimoniare ma nessuno si presenterà.

L'impressione di un isolamento ed assedio del mezzo, ricavata dalla maggior parte del materiale foto e video mostrato dai media, è tuttavia argomento di discussione, dato che in numerose foto, prese da angolazioni diverse, compaiono alcuni carabinieri che, a pochi metri di distanza (in via Caffa direzione piazza Tommaseo), osservano lo svolgersi degli eventi facendo segno ai colleghi poco distanti di raggiungerli [49], senza tuttavia avere il tempo di intervenire (l'azione è concitata, ma dura in realtà solo pochi secondi). [50].

James Matthews riferì di aver tentato invano di avvisare gli occupanti del Defender della presenza al suolo di Giuliani[51]. Matthews - tra i primi a tentare di soccorrere Giuliani - riferì che era ancora vivo dopo essere stato due volte travolto dal pesante mezzo dei Carabinieri[52].

Il comandante del reparto, Giovanni Truglio, distante poco più di una decina di metri dal defender (ritratto in alcune immagini mentre si trova sulle strisce pedonali che attraversano via Caffa all'angolo tra piazza Alimonda e via Ilice), dichiarò di non aver udito i colpi di pistola, dichiarazione analoga fece l'autista del defender, Cavataio.

modifica I danni al Defender e le lievi ferite dei carabinieri Placanica e Raffone

Furono sfondati tre vetri su nove del mezzo: il vetro posteriore, un oblò sul tetto, un semivetro sulla parte destra (presumibilmente già sfondato in precedenza e dietro il quale era stato posto, incastrato tra telaio del finestrino e sedili interni, uno scudo protettivo)[53], contro il quale cozzava la palanca che nelle foto si vede impugnata da M.M., il quale confessò l'uso della stessa. Ma la presenza dello scudo fu del tutto omessa da gran parte della stampa che per anni ha alimentato la leggenda di una trave di legno, definizione del tutto impropria a descrivere la palanca impiegata nell'occasione. Nessun vetro fu infranto nella parte anteriore e sinistra, in quanto il mezzo fu attaccato solo da tergo e dal lato destro.

Mario Placanica fu portato al pronto soccorso, per essere poi prelevato per testimoniare sui fatti e riportato al pronto soccorso, dove gli furono riscontrate lievi escoriazioni con una prognosi di 7 giorni. Anche Dario Raffone fu portato al pronto soccorso (prognosi di 8 giorni). [54]

modifica Chi è morto?
« Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l'hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l'hai ucciso! Prendetelo! »
(Adriano Lauro, all'epoca dei fatti vicequestore di Polizia, responsabile dei reparti delle forze dell'ordine impegnati nei tragici scontri di Piazza Alimonda, accusando un manifestante di aver ucciso Carlo Giuliani)
Piazza Alimonda dopo l'uccisione di Giuliani

Le prime notizie di stampa, non smentite da fonti ufficiali, riferirono della morte di un ragazzo spagnolo, colpito da un sasso.

Vittorio Agnoletto, nella prima dichiarazione a stampa e televisione, disse che "il ragazzo ucciso non era uno dei nostri ma un black block".

Probabilmente era possibile risalire subito all'identità del ragazzo (sul cui corpo esanime qualcuno, dopo la fuga dei manifestanti, procurò una larga ferita verosimilmente colpendolo con forza con una pietra), poiché le forze dell'ordine rinvennero il telefono cellulare che aveva in tasca.

Verso le 21.00, preoccupata dalle notizie della morte di un giovane manifestante, la sorella di Carlo Giuliani chiamò il fratello sul cellulare, in possesso degli inquirenti. Una persona la cui identità resta ignota, rispose alla chiamata, e dopo averle chiesto chi fosse, dichiarò di essere un amico del Giuliani e la rassicurò sulle condizioni di salute del fratello[55]. Solo più tardi le autorità avvertirono la famiglia della morte di Carlo Giuliani.

La tensione in Piazza Alimonda era altissima. Il fotoreporter Eligio Paoni, che arrivato sul posto subito dopo gli scontri, fotografava il corpo di Giuliani prima che venisse coperto dell'arrivo delle forze dell'ordine, fu malmenato (ferite alla testa e frattura di una mano), gli fu distrutta una macchina fotografica e fu costretto a consegnare un rullino che aveva cercato di nascondere[56][57][58]. La questione del suo pestaggio e della distruzione delle sue fotografie verrà dibattuta anche durante le audizioni della successiva indagine conoscitiva delle commissione parlamentari, senza che però si sia potuto risalire ai responsabili diretti, mentre i due vicequestori presenti, Lauro e Fiorillo, hanno affermato di non aver notato il fatto, in quanto la loro attenzione era concentrata sul corpo di Giuliani.[59] Anche il prete della chiesa di Nostra Signora del Rimedio che tentò di benedire il corpo di Giuliani non venne fatto avvicinare.

Circa mezz'ora dopo la morte di Giuliani, alcuni giornalisti di Libero filmarono l'allora vicequestore Adriano Lauro mentre inseguiva per pochi metri un manifestante, urlandogli - davanti alle telecamere di Mediaset prontamente giunte sul posto con Renato Farina - di avere ucciso Giuliani con un sasso.

Le fotografie scattate da un abitante della zona e diffuse nel 2004 mostrano un acceso diverbio tra un carabiniere e un poliziotto. Ne parla anche il fotografo Bruno Abile, in un'intervista all'ANSA del 21 luglio 2001 e in successive dichiarazioni. Abile dice di aver visto anche uno degli agenti presenti (non sa dire se un poliziotto o un carabiniere, forse un ufficiale), dare un calcio alla testa di Giuliani e di essere riuscito a riprendere l'istante precedente a questo ("Ho fotografato l' ufficiale nell' istante di "caricare" la gamba, come quando si sta per tirare un calcio di rigore").[60] Qualcuno, mentre la zone attorno al corpo del giovane ucciso era interamente circondata ed occupata dalle Forze dell'ordine, come comprovato da una sequenza di fotografie, avrebbe messo un sasso a fianco della testa di Giuliani e procurato una profonda ferita sulla fronte in modo da far pensare ad una sassata.[61]. A sostegno di questa tesi alcune fotografie mostrano il sasso prima ad alcuni metri a sinistra dal corpo e poi accanto alla testa sul lato destro, dove prima c'era solo un accendino bianco.

Il ruolo delle forze dell'ordine nella morte di Giuliani diventa evidente verso le 21 con la diffusione delle immagini scattate da un fotografo della Reuters. I parenti di Carlo Giuliani furono avvisati verso le 22 e le emittenti televisive comunicarono il nome della vittima.

modifica Le cariche di Piazza Manin/Via Assarotti

La manifestazione iniziata al mattino dalla Rete Lilliput in piazza Piazza Manin (poco meno di un chilometro a nord della zona rossa 44°24′49.51″N 8°56′50.47″E / 44.4137528, 8.9473528), conta anche i gruppi di Legambiente, della Comunità di San Benedetto al Porto di Don Andrea Gallo, della Marcia Mondiale delle Donne e dei Beati i Costruttori di Pace: oltre ai gruppi presenti vi sono i proprietari di diversi negozi ed importatori aderenti al Commercio equo e solidale che hanno portato campioni dei loro prodotti e li tengono esposti in piccole bancarelle. Parte dei manifestanti, che si sono colorati di bianco le mani come simbolo di pace, è scesa lungo via Assarotti per arrivare davanti agli accessi della zona rossa in piazza Corvetto, dove verrà effettuato un sit-in.

Intorno alle 14 si iniziano a diffondere notizie sugli scontri che si stavano svolgendo negli altri quartieri più vicini al mare. Alcuni gruppi stranieri si uniscono ad una parte dei manifestanti che deviano verso la vicina piazza Marsala, dove qualcuno tenta di scavalcare le grate di protezione. Il tentativo è respinto con l'uso di idranti e lacrimogeni che porteranno i manifestanti a tornare verso via Assarotti.

Poco prima delle 15 il corteo principale inizia a risalire verso piazza Manin dove iniziano a circolare voci sul possibile arrivo di Black bloc provenienti dal quartiere Marassi. Dopo dieci minuti circa giunge in piazza Manin un gruppo di persone vestite di nero (la ricostruzione fatta durante i processi li identificherà come parte del gruppo che era precedentemente giunto in prossimità del carcere), alcune con il viso parzialmente o totalmente coperto, inseguite a distanza dalle forze dell'ordine, che cercano di inserirsi all'interno del gruppo dei manifestanti e scendere lungo via Assarotti 44°24′43.06″N 8°56′33.53″E / 44.4119611, 8.9426472. Ma l'azione non ha successo, a causa dell'intervento dei manifestanti presenti nella piazza, i quali creeranno un cordone di sicurezza per non mischiare i due gruppi.

Le forze dell'ordine, nel frattempo giunte a Marassi senza trovare i Black bloc, si dirigeranno prima lungo via Canevari e poi (dopo aver comunicato l'assenza di manifestanti violenti in zona alla centrale operativa) verranno dirette verso piazza Manin, passando da corso Montegrappa.[62]

Dopo alcuni minuti di tensione, forze dell'ordine (a cui viene richiesto più volte dalla centrale di effettuare dei fermi durante questa operazione[62]), giunte in prossimità della piazza, iniziano un lancio di lacrimogeni verso i due gruppi e, mentre la parte dei Black bloc anche presenti in zona fuggono, viene eseguita una violenta carica che finirà per colpire i manifestanti pacifici, tra cui quelli che stavano cercando di bloccare l'accesso dei Black bloc, provocando decine di feriti. Tra i feriti vi sarà anche Elettra Deiana, parlamentare di Rifondazione Comunista e Marina Spaccini, una pediatra triestina, volontaria di Medici con l'Africa Cuamm. Il gruppo dei Black bloc nel frattempo proseguirà per via Armellini e si disperderà poi lungo la circonvallazione bruciando alcune auto lungo il percorso, per poi sciogliersi senza essere stato bloccato. [63] [64] [65][66] [67] [68]

Due giovani spagnoili verranno arrestati, con l'accusa di aver aggredito gli agenti. I due verranno successivamente prosciolti (anche grazie ad alcuni filmati acquisiti dalla magistratura che dimostreranno l'inesistenza di questa agressione, mostrando inevce i due arresti apparentemente avvenuti senza motivo), mentre gli agenti responsabili del loro arresto verranno indagati e rinviati a giudizio per falso e calunnia. Le indagini successive sui giovani dimostreranno anche come i due non fossero neppure presenti nel gruppo dei manifestanti violenti giunti in piazza, scagionandoli completamente. [69] [70][65]

modifica L'ordine di sparare

Fecero scalpore le dichiarazioni che alcuni mesi dopo fece Claudio Scajola, ministro dell'Interno. Egli ammise di aver ordinato alle forze di polizia, nella serata del 20 luglio (dopo gli scontri della giornata e la morte di Carlo Giuliani), di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la zona rossa, motivandolo con la situazione di forte tensione e con il rischio che l'eventuale ingresso dei manifestanti nella zona rossa potesse favorire attentati terroristici contro i partecipanti al summit. Fonti del Viminale affermarono successivamente che la direttiva non aveva comunque determinato il mancato rispetto da parte di polizia e carabinieri delle norme che regolano l'uso delle armi durante i servizi di ordine pubblico.

Cariche della polizia in Corso Gastaldi

La dichiarazione di Scajola provocò aspre critiche da parte di parlamentari di opposizione e rappresentanti del movimento no-global che ne chiesero le dimissioni. Furono espresse critiche sulla tardiva ammissione di Scajola e dubbi sulla possibilità che il ministro avesse impartito l'ordine venerdì, dopo e non prima della morte di Giuliani. Pochi giorni dopo i funzionari di Polizia e Carabinieri presenti a Genova affermarono di non aver ricevuto nessun ordine relativo alla necessità di sparare in caso di invasione della zona rossa e che in ogni caso si sarebbero rifiutati di eseguirlo in quanto "manifestamente criminoso" ed inutile, visto che all'interno della zona rossa era stata creata una seconda cintura di sicurezza [71].

Ascoltato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato, Scajola ritrattò le proprie dichiarazioni. Disse di non aver dato l'ordine di sparare, ma di "alzare il livello delle misure di sicurezza all'interno della zona rossa", per timore di attentati, e di non averlo riferito al Parlamento nel timore di danneggiare le fonti che avevano informato l'intelligence italiana del possibile attentato.

modifica Sabato 21 luglio

Gli avvenimenti di venerdì 20 luglio portarono a diverse richieste di annullamento della manifestazione dell'indomani, respinte dai vertici del Genoa Social Forum.

modifica I disordini del 21 luglio

La manifestazione del 21 luglio doveva svolgersi lungo corso Italia 44°23′33.26″N 8°57′40.18″E / 44.3925722, 8.9611611, per poi concludersi nella zona della Foce, dove si trovavano le forze dell'ordine, parte delle quali alloggiate nella Fiera di Genova 44°23′43.85″N 8°56′28.68″E / 44.3955139, 8.9413.

Come era successo il giorno precedente, anche sabato 21 luglio tra i manifestanti pacifici si inseriscono gruppetti di manifestanti violenti, che provocheranno scontri, incendi, e distruzioni di auto, banche e negozi.

I primi disordini iniziarono la mattina in piazza Raffaele Rossetti 44°23′48.56″N 8°56′47.00″E / 44.3968222, 8.94639, quando un gruppo di alcune decine di manifestanti (molti dei quali vestiti di nero secondo le testimonianze dei residenti), inizia a distruggere auto e vetrine, assalendo un chiosco. Sempre secondo le testimonianze dei residenti anche in questa occasione furono fatte numerose telefonate al 113, senza che però intervenissero né le vicine forze dell'ordine, che erano poste a presidiare la zona della Fiera, né eventuali volanti della polizia. Alcuni gruppi di manifestanti, tra cui quello della "Confédération paysanne" (un sindacato dei lavoratori agricoli francese), una volta giunti in zona, cercarono di fermarli senza successo.
Il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, aggregato presso la questura di Genova durante i giorni della manifestazione, confermerà durante il suo interrogatorio di aver assistito ad atti di vandalismo e devastazione, oltre al lancio di oggetti contro le forze dell'ordine, da parte di un gruppo di una cinquantina di persone, dalla mattina alle 10:30 per circa 6 ore, ma che solo verso le 15:30/16:00, mentre il corteo stava già transitando, verrà ordinata una carica per disperdere i dimostranti violenti [72].

Alcune ore dopo, all'arrivò del corteo che si dirige verso il quartiere di Marassi, dove doveva terminare la manifestazione, un gruppo di alcune centinaia di manifestanti (400 persone secondo la valutazione del Ministero degli Interni) si stacca da vari punti di questo e inizia a fronteggiare le forze di polizia schierate davanti a piazzale Kennedy, accatastando bidoni, transenne e altro materiale per formare delle barricate. Per quasi un'ora questo gruppo di manifestanti si limita al blocco della strada, a slogan urlati contro le forze dell'ordine e a qualche lancio di oggetti in risposta del quale le forze dell'ordine effettuano alcuni lanci di lacrimogeni.

Il corteo, per tutto questo tempo, continua a fluire e a svoltare verso l'interno seppur con qualche rallentamento. A questo punto si aggiungono anche alcuni gruppi di manifestanti vestiti di nero, che inizieranno un fitto lascio di oggetti verso la polizia, oltre a rovesciare un'auto e a rompere alcune delle vetrine rimaste ancora integre. In questi frangenti si registrano dei tentativi da parte di alcuni dei violenti di reinserirsi all'interno del corteo ufficiale, respinti però dai servizi d'ordine dei vari gruppi che stavano sfilando, che nel frattempo deviano il percorso verso via Casaregis 44°23′44.61″N 8°56′57.35″E / 44.395725, 8.9492639 per tenersi lontani dalle azioni dei violenti e dal fumo dei lacrimogeni. Dopo alcune decine di minuti iniziano le cariche della polizia con fitto lancio di lacrimogeni, sia verso corso Italia, da cui stava ancora arrivando la coda del corteo, in un punto in cui c'erano poche vie di fuga, sia verso via Casaregis. I gruppi di violenti però fanno velocemente perdere le loro tracce nel caos generale e le cariche finiscono per colpire, come accaduto il giorno prima, i partecipanti al corteo pacifico ed autorizzato, spezzandolo in due. Il secondo spezzone del corteo pacifico è costretto di fatto a sciogliersi, mentre le persone che si trovavano nella parte finale del primo spezzone si disperdono e vengono inseguite dalle forze dell'ordine nelle vie del quartiere; molti manifestanti riportano ferite da trauma e da inalazione di lacrimogeni. Diversi abitanti della zona offrono riparo ai manifestanti negli androni del palazzi, fornendogli anche dell'acqua con cui cercare di placare l'effetto del gas lacrimogeno.

Alcuni manifestanti sposteranno diverse auto, dandogli poi fuoco, per formare delle barricate in mezzo al lungomare di corso Italia dove stavano avanzando lentamente le forze dell'ordine che effettueranno altre cariche contro i manifestanti, a volte provocate dal lancio di oggetti da parte di violenti che si inseriscono tra la polizia e il corteo che si stava ritirando. Le immagini e i filmati mostrati dalle televisioni relativi ad appartenenti al corteo pacifico, tra cui anziani e feriti, intenti a scappare, si riferiscono alle cariche di quest'ultima ora di scontri.

Gli scontri durano alcune ore e provocano centinaia di feriti tra i manifestanti e alcune decine di arresti. Verso le 16, al termine di una carica in corso Italia, verranno ritrovate dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione in una siepe di una strada laterale due Molotov, che consegnò ad un suo superiore (il generale Valerio Donnini, che non essendo un ufficiale di polizia giudiziaria non era tenuto a verbalizzare il ritrovamento) [72] e che vennero poi portate alla sera dalle forze dell'ordine nella scuola Diaz ed esibite successivamente come prova della presenza di violenti all'interno dell'edificio. Anche durante questi scontri, come nel giorno precedente, Indymedia altri gruppi hanno raccolto filmati e foto amatoriali che mostrano persone in borghese o con abiti scuri, parlare con esponenti delle forze dell'ordine e poi tornare nella zona degli scontri.

Gli organizzatori hanno stimato che fossero presenti al corteo circa 250.000/300.000 persone, nonostante molti gruppi avessero rinunciato alla loro presenza dopo gli scontri del giorno precedente.

modifica L'assalto alla scuola Diaz

Per approfondire, vedi la voce Fatti della scuola Diaz.

La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli 44°23′46.75″N 8°57′10.31″E / 44.3963194, 8.9528639, nel quartiere di Albaro, erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum, in un primo tempo come sede del loro media center, poi anche come dormitori (in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto ad evacuare alcuni campeggi). Stando alle testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano tra gli autorizzati a dormire nell'edificio. Sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.

Intorno alle 21 della sera del sabato (circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta agressione alle forze dell'ordine) alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Tento, piazza Merani e via Cesare Battisti 44°23′49.31″N 8°57′10.64″E / 44.3970306, 8.9529556) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada e intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada. [73]

Successivamente la segnalazione di un attacco ad una pattuglia di poliziotti porta alla decisione, da parte delle forze dell'ordine, di una perquisizione presso la scuola Diaz (e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli) dove stanno dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri (la maggior parte dei quali accreditati). Il verbale della polizia parla di una "perquisizione": poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block. Ma nonostante tutto, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.

Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza. I giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. La portavoce della Questura dichiara, in una conferenza stampa, che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostra il materiale sequestrato, ma senza dare risposte agli interrogativi della stampa.
Uno degli arrestati resterà in coma per due giorni. Le immagini delle riprese mostrano muri e pavimenti sporchi di sangue. A nessuno degli arrestati viene comunicato di essere in arresto, né i reati dei quali sarebbe accusato. Molti di loro scopriranno solo in ospedale (a volte attraverso i giornali) di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio (gli arrestati però non si conoscevano tra di loro), resistenza aggravata e porto d'armi. Dei 63 feriti, tre avranno prognosi riservata: la studentessa tedesca ventottenne di archeologia Melanie Jonasch (che presentava trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla e arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena e alle natiche), il tedesco Karl Wolfgang Baro (che presentava trauma cranico con emorragia venosa) e il giornalista inglese Mark Covell (che presentava perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla e omero e trauma cranico, oltre alla perdita di 10 denti, e il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video)[74][75][76][77][78] [79].

La versione ufficiale della polizia di stato sostiene che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle 21:30 circa (ma inizialmente in alcune relazioni l'orario indicato era stato 22:30). Il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, in un primo tempo, riferirà di aver transitato "a passo d'uomo" (a causa di alcune